LA LEGGENDA ICHNUSA

Narra una leggenda che il Signore, dopo la gran fatica della Creazione, prima di riposarsi, trovatosi ancora un mucchio di pietre granitiche e basaltiche, le sparse sul mare che si stendeva solitario e splendente ad ovest del Tirreno. Premette il piede calzato sui ruvidi sassi e, sollevatolo, guardò il segno; si compiacque dell'orma impressa, sorrise al risultato del suo estro e tra se e se disse: "La chiamerò ICHNUSA". Forse, però quasi in colpa che l'avesse fatta da un avanzo, nel suo cuore passarono desideri di abbellimento; si sollevarono, allora, colline e originali montagne, bastioni di granito e di basalto, pietre di forme strane, pianure ondulate. Lungo i fianchi delle alture e a valle crebbero, al Suo cenno, roverelle, sugheri, lecci, agrifogli, mirti e corbezzoli splendenti, tassi e forti ginepri, ovunque cisti e lentischi.

Della stagione propria fu un biondeggiare di spighe; gli armenti brucarono, per vasti campi, erbe fresche e profumate. E vide ancora che tra quei sassi luminosi vi erano minerali di pregio.

Sorrise nuovamente e rilevò sollevando il Divino ciglio:- "Gli uomini che abiteranno quest'orma saranno pastori, agricoltori e minatori.

Il Mare è pescoso; l'acqua dolce inoltre serpeggerà  ovunque, sotto la feconda lettiera indecomposta, anche se le piogge non saranno abbondanti; gli animali selvatici avranno rifugio e cibo tra le rocce.

L'Uomo ne caccerà  e ne ammansirà  per il suo utile; ci sono mufloni, cervi, camosci; le aquile, i gatti selvatici, gli uccelli di rapina, creeranno i dovuti equilibri ecologici.

Qua, più che altrove, la natura può essere risparmiata e preservata dalle rapine e dagli inquinamenti. "Ho fiducia nell'Uomo che vivrà  in codesto luogo: la solitudine, i panorami immacolati, il silenzio pieno di fantasia e il genere di materie prime di cui si avrà  dovizia, senz'altro lo renderà  anche musico, poeta e artigiano. Il canto degli uccelli e lo sgorgare delle acque nelle fonti saranno suoni dei suoi zufoli di canna e d'osso, la contemplazione e l'ammirazione, piene di stupore, saranno parole di poesia, parole d'amore per la bellezza del luogo e per la propria donna.

A lei dedicherà  i versi più appassionati; per lei, con le ossidiate, i coralli e i granati, fabbricherà  monili in filigrana. La donna, dal canto suo, sarà  custode assidua del focolare, premurosa e vigile compagna, filatrice e tessitrice infaticabile. E tante cose ancora potrebbero essere gli abitanti di questa terra...

Trasse un sospiro l'Onnipotente e l'alito divino corse per la terra appena creata. Era tardi... le stelle e la luna stavano per spuntare. " Chissà  - pensò mentre una ruga gli solcava la fronte, - se i miei desideri saranno ascoltati... anche questi ho voluto liberi".

Anni, secoli, millenni e millenni sono trascorsi dalla Creazione e il mistero permane. Si sono accavallate vicende e vicende, morte e sepolte generazioni e generazioni, ma la ragione della vita e della morte è sempre nel grande Arcano.

Anche li, su quel mucchio di pietre, gli uomini si rallegrano e soffrono da tempo, le differenze degli usi e dei costumi sono sfumature rispetto alla somiglianza del comune destino circa la vita e la morte.

Anche lì si è fatta la Storia: si sono costruiti villaggi e città , si sono aperte strade, si sono combattute battaglie e guerre feroci; si sono innalzate torri e ciminiere. Anche lì come altrove, sono i segni delle abitudini e degli eventi eccezionali. Ci sono stati fatti che hanno caratterizzato un'epoca, altri che sono passati inosservati; moltissimi hanno inciso sul carattere e sulle espressioni collettive, che sono arrivate fino a noi, cioè hanno fatto tradizione. Nella Tradizione è l'anima di un Popolo.

Guardando a lei possiamo conoscere quelli che fummo nei nostri antenati e quelli che siamo nei contemporanei.

 IL POPOLO DEI NURAGHI.

" Sembrava la nascita del mondo. Nella bruma pesante delle piogge che flagellavano la zona di Barumini (CA) il torrione smozzicato del nuraghe sembrava sollevarsi dal suolo, spinto da una forza misteriosa, rivelando strutture insospettate, passaggi, celle all'interno delle mura ciclopiche, torri e torrioni attorno all'edificio principale, mura di collegamento, resti di abitazioni e passaggi, come scrollandosi di dosso i secoli, mentre il terriccio fangoso franava da ogni parte scoprendo il più grandioso insediamento di epoca nuragica.

Era il 1949, e quel complesso rivedeva la luce dopo essere stato costruito tremilacinquecento anni prima. Il più grande insediamento, e tuttavia delle dimensioni di un piccolissimo villaggio adatto ad un pugno di famiglie, perchè i nuraghi furono sostanzialmente edifici unifamiliari.

Ma fortificati come castelli. Erano dunque tanto litigiosi, da combattersi continuamente tra di loro? L'esame di Barumini e degli altri nuraghi della zona rivela una disposizione strategica a difesa dell'altipiano della Giara di Gesturi. Ma difesa da chi, se erano quattro gatti su un'isola per loro immensa?

E chi erano questi costruttori che, venuti per forza dal mare, per mare non avevano più voluto andare, nemmeno per andare in Corsica, che è lì a due passi, e si erano arroccati così poderosamente a tanta distanza dalla spiaggia?

Questi misteriosi Nuragici (l'unico popolo cui viene dato il nome dalle loro opere, perchè come si chiamassero nessuno lo sa) erano grandi architetti, raffinati artisti come provano i loro 'bronzetti' quando le genti d'Italia vivevano in caverne, sette secoli prima della fondazione di Roma. E mille anni dopo, quando i Romani sbarcarono nell'isola, erano più o meno allo stesso punto di civiltà . Come se i primi arrivati avessero avuto tutte le cognizioni adatte a far di loro un popolo all'avanguardia, e gli altri, per dieci secoli, si fossero limitati a vivere sempre allo stesso modo, tetragoni a ogni innovazione, a cominciare dalla scrittura, incapaci, o ostili, a prendere in mano uno stilo, un ferro per fare quattro segni su una pietra, per lasciare un ricordo di se.

Un atteggiamento misterioso anche per gli antichi, tanto che i Greci (per i quali l'isola si chiamava Ichnusa) pensarono che ad insegnare loro tutto fosse stato il più grande architetto dell'antichità, quel Dedalo che era atterrato sull'isola dopo il volo spiccato da Creta per fuggire da Minosse. Per altri furono troiani fuggiti dalla loro città  distrutta dai Greci, o popolazioni dal Caucaso spinte da invasioni barbariche, ma nessuno sa spiegare perchè prima di mettere piede in Sardegna, nuraghi non ne avessero mai costruiti da nessuna parte.

Un popolo sempre più misterioso, che nulla ha voluto lasciare in ricordo di se gli stessi bronzetti erano soltanto offerte votive, per ingraziarsi gli Dei, non per far sapere chi erano loro. Perché a loro degli altri non importava niente: volevano solo essere lasciati in pace.

Venuti dal nulla, sono scomparsi nel nulla. Ostinatamente decisi a non farsi notare, hanno lasciato gigantesche costruzioni che hanno resistito quasi quattromila anni, e che saranno ancora lì fra quattromila, a testimoniare la presenza di un popolo che se ne fregava di farsi conoscere, a testimoniare forse la presenza di un nemico di fronte al quale dovettero soccombere".

 I GIUDICATI.

Erano veri e propri regni - il Rennu, come viene già  definito dall'XI secolo nei documenti giudicali -, almeno per quanto riguarda la sovranità  che i "giudici" esercitavano nei propri territori e nei confronti dei sudditi.

Per quanto riguarda le istituzioni, la successione era ereditaria, ma non in modo meccanico. Infatti i giudici dovevano, per far rispettare questo principio, associarsi i figli o, comunque, i successori, con il consenso dell'alto clero e dei grandi del Rennu. Il Giudice doveva sempre agire "cum bona voluntate aliorum parentum nostrorum et totius populi e cum voluntate de clericos et de frates meos et de totu locu." Poteva subentrare alla successione anche una donna, nel qual caso il titolo sarebbe passato al marito. I giudici erano chiamati Donnu, le loro mogli donna, i figli donnikellos e donnikellas.

Va osservato che in Sardegna, a differenza della gran parte dell'Europa, ed in particolare del Mezzogiorno d'Italia dopo l'avvento dei Normanni, le istituzioni feudali non riuscirono a penetrare, e continuò a sussistere la grande proprietà  di tipo signorile.

Accanto al Giudice, tra i funzionari di maggior rango, c'erano un armentariu de pegugiare, che si occupava del patrimonio privato del Giudice, e un armentariu de Rennu, al quale spettavano le cure del patrimonio dello Stato. Nei documenti sono poi ricordati un maiore de camera, che con un termine attuale potremmo definire una sorta di ministro del tesoro, un maiore de caballos che doveva provvedere agli armenti, un maiore de canes a cui spettava la cura dei branchi di cani per le silvae, le grandi battute di caccia. Queste, praticate collettivamente, servivano da un lato come esercizio per la guerra, dall'altro per uccidere le bestie selvagge che distruggevano il raccolto dei campi, per fare provvista delle loro carni e per il commercio delle pelli.

I Giudicati erano suddivisi in "curatorie", a capo delle quali erano dei "curatori", nominati dai Giudici e dotati di autorità  fiscale e giudiziaria. Le curatorie avevano a loro volta, come struttura di base, le "ville", cioè i villaggi, con a capo un maiore de villa, al quale toccava il compito di amministrare la giustizia minore, assistito dagli iuratos, scelti tra gli anziani o i maggiorenti del villaggio. Col tempo le consuetudini furono fissate in carte de logu scritte: ci sono pervenuti frammenti della Carta de Logu Kallaritana dei primi decenni del Trecento, e il testo completo di quella d'Arborea del 1390-91.

Per le cause più importanti la giustizia era esercitata dagli stessi Giudici o dai curatori. A questo scopo i Giudici, come in generale i sovrani medioevali, si spostavano nelle varie località ed erano assistiti da uno speciale consesso chiamato Corona de logu.

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