Falcu Ciecu
Racconto Su Andrea Careddu (lu Falcu
Ciecu) Di Lorenzo Curraccia
Tratto dal primo volume di "Calangianus Storia di un paese
di Gallura",
(primo volume pag. 299) Scritto da Pietro Zanoni
Andrea Careddu Pittorru, (conosciuto come Lu Falcu
Ciecu)
Un bandito gallurese, fra storia e "conti di fuchili".

Nelle campagne di Calangianus esiste tutto un patrimonio di leggende, di storie incredibili, di personaggi che hanno lasciato, un alone di mistero e di meraviglia. Tutto ciò era ingigantito da "i conti di
fuchili" (i racconti del camino) quando la sera, specie nella fredda stagione, tutta la famiglia si riuniva intorno al focolare e i più anziani raccontavano, talvolta volutamente esagerando, queste storie che a loro volta avevano sentito dai padri.
La storia di lu Falcu
Ciecu è una di queste. Storia tutta da verificare con documenti più probanti, ma nonostante ciò, senz'altro molto importante.
Tale Andrea Careddu Pittorru era un giovanotto che frequentava le scuole a Calangianus e abitava nello stazzo di
Cuncata. Tipo sveglio e dinamico, quando andava a scuola e attraversava le vie del paese, con una fava secca, legata ad una cordicella, attirava le galline e le portava via. Era la disperazione delle donne che, quando lo vedevano, lo chiamavano
"lu Falcu Ciecu" ricordando l'abilità del falco nel catturare piccole prede.
Riusciamo ad individuare il periodo in cui visse, perché nel 1848 è citato in documento Reggio Cavalieri di Sardegna con il suo nome vero e soprannome.
Assieme a Giò Cuccu Capitani, Andrea Careddu
Pittorru, detto Falcu Ciecu, era fuggito dalle carceri di
Calangianus, tanto che si chiedeva il trasferimento della sede dei Cavalleggeri da Monti a Calangianus perché i popolani solo così potevano difendersi dalle minacce dei due banditi.
Come Andrea Careddu Pittorru si era dato alla latitanza? Quando era ancora uno scolaro, la sua famiglia era stata colpita da una terribile disgrazia. Gli Alvisa pastori del luogo, avevano chiesto la mano di una sorella, i fratelli maggiori d'Andrea si erano opposti e gli Alvisa si vendicarono uccidendo gli oppositori delle nozze. Il piccolo Andrea da quel giorno non andò più a scuola. Temeva di essere ucciso anche lui. Divenuto grandicello, chiese alla madre un fucile. Non se la sentiva più di uscire per la campagna disarmato. Ma appena la madre gli comprò l'arma, i due Alvisa furono trovati uccisi. Iniziò allora la sua latitanza.
Arrestato una volta fu rinchiuso nelle carceri di Tempio, ma da qui fuggì. Andrea, ricordato per la sua proverbiale velocità. Fu ripreso e trasportato alle carceri di San Sebastiano a Sassari. Anche da qui fuggì con dei complici, dopo aver aperto una breccia nella cella e, fingendosi ubriaco, riparò in una bettola della città. Poi riprese la strada per casa attraverso
l'Anglona dove, tra Perfugas e Laerru, riuscì a prendere ad un pastore il fucile e la relativa cartucciera e sparì, voleva camminare per sicurezza armato e così nascondendosi e camminando a
cattru pedi in mezzo al grano che allora ricopriva
l'Anglona, arrivò in Gallura, nella sua Cuncata, qui prese un maialetto e tramite un servo pastore, lo inviò assieme al fucile e alla cartucciera, al contadino anglonese per scusarsi
del forzato prestito.
Lu Falcu
Ciecu fu poi nuovamente preso, c'e da notare che, quando veniva a contatto con i Carabinieri, non faceva mai uso delle armi.
Fu rinchiuso nella torre di San Pancrazio a Cagliari. Qui i carcerieri lo prendevano in giro, "sei scappato da Tempio e da Sassari, da questa torre non ti riesce!". Lu Falcu
Ciecu rispondeva
"lu Falcu à ancora li piumi bastaldi!
A Cagliari andava a trovarlo un'amica o una parente a qui chiese il favore di portargli, nascosta sotto la gonna, una corda di 15 passi. Organizzò così la fuga, con corda e lenzuola superò gli ultimi metri saltando su un cuscino che preventivamente aveva portato dietro. Un compagno di fuga si ferì. Raggiunsero insieme i campi del Campidano, e quando stava per essere catturato, si salvò buttandosi in cespuglio di rovi. Riuscì a curare il compagno ferito e a non far uscire dai rovi, il carabiniere che aveva avuto lo stesso coraggio. Tornò a Cuncata, a nord di
Calangianus, terra dei Pittorru Careddu
Curraccia, dove, dall'alto di una roccia controllava i carabinieri che, ad ogni ora cercavano di catturarlo.
Si racconta che lu Falcu
Ciecu abbia goduto, ad un certo punto della sua vita, di un salvacondotto purché aiutasse i carabinieri, ma
l'Alvisi riuscì a scappare. Chi si accorse che sulla pista del fuggitivo c'era il
Careddu, fu la donna che urlò all'amante in fuga "curri ch'ai lu Falcu
Ciecu
infattu". Il Fuggitivo mise le ali ai piedi e dopo un po' interrupe la sua corsa per sparare agli inseguitori. Il colpo andò a vuoto e lu Falcu
Ciecu urlò "ai fattu". Raggiunto l'Alvisi gli tagliò la giugulare.
Lu Falcu
Ciecu pose fine alla sua latitanza, durata fra fughe e arresti oltre vent'anni, perché un suo parente, il canonico Martino
Decandia, prete calangianese, di cui parliamo in altra parte, lo convinse a costituirsi, "non hai mai rivolto le armi contro i carabinieri, la giustizia ne terrà conto, essendoti sempre difeso da violenze patite!"
Andrea Pittorru accettò il consiglio e la sentenza del tribunale lo assolse. Prova ne è che un nipote Giovanni, padre del nostro informatore Martino
Careddu, poteva benissimo far parte dell'arma dei carabinieri, nonostante che si tenesse conto d'eventuali debiti, con la legge degli antenati.
Il nomignolo, Falcu Ciecu, è rimasto ai discendenti, che sono chiamati Frati Falchi.
P.S.
Andrea Careddu sposò Maria Corda da qui ebbe due figli, Paolo e Lorenzo.
Il periodo in cui questa storia si svolse, potrebbe essere compresa fra il 1800 e il 1880